Gresini :
«Lotto nel nome di Marco»
DOHA - «Appena arrivato qui, il primo pensiero è stato a lui. L'anno scorso
eravamo assieme per la prima gara, avevamo speranze, progetti...». Sulla
spiaggia di Doha, con il sole e una nuova avventura mondiale che incomincia, la
vita sembrerebbe perfetta. Ma senza Marco non potrà più esserlo. Fausto Gresini,
51 anni, ex pilota, da 16 anni proprietario della squadra privata più anziana
del Motomondiale e ultimo team manager di Marco Simoncelli, il 23 ottobre 2011
aveva pensato di fermarsi. Poi ha riflettuto. Ha parlato con la famiglia del Sic
(«Li ho visti anche prima di partire, soffrono ma sono fortissimi»). Ha sentito
l'affetto della gente. Ha concluso che il team Gresini non era solo una
vocazione («Ho iniziato a fare il pilota nel '79 e prima lavoravo in un'officina
di moto. Che altro potrei fare?») e un impegno sportivo-imprenditoriale che fa
vivere 50 persone. Era qualcosa di più: «Marco faceva quello che facevamo noi.
Gli piaceva come piace a noi. Io, noi, viviamo di questo. Così invece di
smettere ho moltiplicato gli impegni: quest'anno sono presente in tutte e tre le
categorie».

GRESINI dice :
L'idea di fermarsi è durata un attimo.
«Marco era il secondo
incidente mortale per il mio team dopo quello di Kato nel 2003. È stata
durissima».
Che cosa l'ha aiutata?«La spinta delle persone che non conoscevo.
Mi hanno fatto capire che mollare voleva dire perdere. A me e a Marco i perdenti
non vanno».
Così si è presentato quindici giorni dopo a Valencia e il suo pilota Pirro
ha vinto in Moto2.«Al principio essere lì l'ho percepito come una
violenza. Ma nel box sentivo che non eravamo soli. Accadde anche la gara dopo la
morte di Kato: vincemmo con Gibernau».
Una coincidenza? «Non penso. Io sono sempre stato credente ma non
praticante; sono un tipo realista, che tiene i piedi per terra. Quello mi ha
fatto credere che forse qualcosa dopo c'è».
Chi era Marco Simoncelli?«Una persona equilibrata, capace di
gestire le cose con eleganza, mai esagerato. Non l'ho mai visto arrabbiato.
Sapeva fare gruppo. Sapeva cosa voleva dalla vita. Era speciale».
E come pilota?«Non si risparmiava mai. Un combattente. Amava il
corpo a corpo e non l'ho mai sentito lamentarsi: le dava, le prendeva, si
divertiva. Viveva il pericolo senza paura».
Stava ancora maturando. Sepang fu un suo sbaglio?«È stata una
caduta come tante altre, la fatalità l'ha trasformata in tragedia. Non poteva
farci niente né lui né chi l'ha investito».
Quante volte ha analizzato quell'incidente?
«Tante. Ai test quest'inverno sono tornato in quella curva. Ero, e resto,
sconvolto. Non mi so dare pace perché tecnicamente in quel punto pare
impossibile che si possa morire».
Un crash diverso da quello di Kato, finito contro un muro a Suzuka.
«Decisamente. Allora si cercarono colpe, si parlò della moto... La
verità è che nelle corse si cade».
Allora c'era anche un problema di sicurezza del circuito. «Sì,
difatti a Suzuka non si corre più. Ma nel caso di Marco la sicurezza non
c'entra: qui sono tutti superprotetti e le piste sono sicure. Marco è stato
colpito nel collo, l'unico luogo esposto e non difendibile».
Dove sarebbe arrivato?«Era il futuro della MotoGp».
Predestinato campione?«Possibile. Comunque era lui il personaggio
dei prossimi anni. Carismatico, capace di comunicare con semplicità. Ricordate
come aveva gestito le accuse degli spagnoli l'estate scorsa? Lo obbligarono ad
andare a Barcellona con le guardie del corpo, ma lui non portò mai
rancore».
Amatissimo dai tifosi, meno dagli avversari. «Perché lo temevano.
Era destabilizzante, così forte e così scanzonato. Un atleta sincero, di altri
tempi».
C'è una morale in questa storia?«La mia è che alla fine la
passione vince. Dopo la scomparsa di Marco mi ero sentito tradito proprio dalla
mia passione per le corse. Mi dicevo: ''Le hai dedicato tutta la vita e ti tira
questi scherzi?''. Ma poi l'amore per la moto ha ripreso il sopravvento. E mi
consola sapere che il mio amore era lo stesso che aveva Marco».
Ora che cosa si aspetta?«Buoni risultati, certo. Ma soprattutto
devo capire. Venire in pista mi pesa ancora, sono più sensibile. L'ultimo
gravissimo incidente a Lascorz in Superbike, per esempio: ora queste cose mi
toccano di più».
Il 23 ottobre 2011 a Sepang è finita l'età
dell'incoscienza?«Chissà. L'incoscienza è fondamentale in questo mondo.
Se incominci a pensare troppo a quello che fai è la fine. Spero che il tempo
aiuti me e i ragazzi del team a guarire...».(dal Corriere della Sera)
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